D'Abruzzo

Home
La rivista
Filo diretto
Catalogo
Abbonamenti
Cerca

Carbonai si nasce
Testi di Maria Concetta Nicolai Foto di Luciano D'Angelo Testo di Vincenzo Gianforte Foto di Antonio Tiberi

Più che una attività economica la carbonaia è una risorsa culturale che appartiene alla gente di Tornimparte

Il territorio di Tornimparte è situato tra boschi di faggio e rappresentaCarbonai una naturale risorsa per il mestiere del carbonaio. La gente di questi posti è carbonaio da sempre; del resto questa era, in passato, l'unica attività che potesse integrare il reddito familiare derivante dall'allevamento e da una stentata agricoltura.
Generalmente le zone di bosco destinate a legna per il carbone erano quelle più impervie e senza strade di accesso; l'unico mezzo di trasporto era il mulo o il cavallo da soma. I carbonai partivano nei mesi di settembre e ottobre, con dentro ju saccocciu (un sacco di iuta) le cose necessarie: maglie e calzettoni di lana, qualche stila (manico di legno) per l'accetta, ju marracciu (la ronca), la cote e la lima e quando potevano permetterselo, un pezzo di lardo o di ventresca per la panonta; integravano in questo modo il misero pasto di pane raffermo, con patate e polenta che passava loro il capomacchia insieme alla razione giornaliera di acqua.
Naturalmente, indispensabile era l'accetta, l'utensile principale, di acciaio temprato costruita a regola d'arte dai maestri ferrai del tempo nelle forgie alimentate anch'esse a carbone di legno di castagno; il carbonaio trattava l'accetta come una creatura, tenendola al caldo avvolta in un panno di lana per non farla raffreddare troppo nei mesi invernali; se era troppo fredda poteva spezzarsi all'inizio dell'attività del taglio creando non pochi problemi. Non sempre ne avevano una di ricambio: poi essa era un utensile personalizzato ed adattato alle caratteristiche fisiche del carbonaio e per abituarsi ad una accetta nuova ci voleva del tempo.
Il carbonaio Domenico di Prospero, Ju Farmacista, pseudonimo attribuitogli per l'oculatezza e la perizia che aveva nella gestione del fuoco, nella guida del processo di carbonizzazione mi raccontava che, nelle notti molto fredde, era solito tenerla sotto il corpo tra la paglia e le foglie della rapazzola, il letto di frasche e di paglia.
I nostri carbonai si univano in gruppi di 7 o 8 persone formando delle compagnie che unite ad altre e comandate dai capimacchia raggiungevano località lontane dai centri abitati, nelle montagne del Lazio, delle Puglie, in tutto l'Appennino Centrale e perfino in Calabria. Lavoravano in condizioni disagiate, esposti alle intemperie e riparati la notte in basse capanne di frasche e di terra, avendo per unica compagnia l'ululato notturno dei lupi e i topi nella capanna.
Sempre Domenico, personaggio arguto ed ironico, con un fisico temprato come l'acciaio della sua accetta e stagionato come il manico di legno della stessa, mi raccontava che i topi arrivavano prima di loro nel posto dove edificavano le capanne, anche nei luoghi più sperduti ed isolati: "Si comportavano come se fossero venuti a conoscenza dei contratti che facevano i capimacchia e ci seguivano nei boschi, forse per farci compagnia e per recuperare le poche briciole di pane e di polenta che cadevano per terra". Oggi fare una carbonaia è più una passione che una necessità. Dopo un periodo di scarsa attività, nel 1974 abbiamo iniziato a ricostruirla in occasione delle feste patronali del paese.
L'idea è piaciuta, soprattutto ai ragazzi e così abbiamo coinvolto le scuole, sperimentando quanto sia importante la conoscenza del proprio territorio e, soprattutto, quanto sia efficace impegnare alunni ed insegnanti in una ricerca all'interno delle proprie famiglie e del proprio paese. La proposta della carbonaia non rappresenta la rivisitazione di una attività economica ormai scomparsa e forse non più riproponibile alla soglia degli anni duemila; si tratta, invece, di una operazione di grande significato antropologico, perché permette la sopravvivenza di gesti, abitudini che hanno costituito la nostra storia.
Protagonisti di una attività economica ormai superata dalle nuove forme di energia, i nostri carbonai conoscevano i meccanismi ciclici della riproduzione ambientale, e nel bosco usavano un tipo di taglio e di atteggiamento che permetteva l'uso e la riproduzione in una rotazione perpetua di salvaguardia e di conservazione. Non avevano con il bosco e con l'ambiente un atteggiamento di rapina, come avviene spesso oggi, che ci si comporta come se le risorse ambientali fossero illimitate, ma utilizzavano solamente le risorse necessarie lasciando alla natura il tempo utile alla rigenerazione; vivevano con essa una specie di simbiosi; "erano essi stessi elementi e ceppaie del bosco"; così apparivano specie quando durante la fase di sfornatura del carbone diventavano neri di fuliggine, fumo e terra. Tornimparte custodisce gelosamente queste tradizioni e questa cultura che si fonda sui valori della Natura e del lavoro. Ora, anche attraverso il coinvolgimento di varie associazioni e l'entusiasmo dei giovani è diventato un motivo di scansione stagionale sentire tra le case il profumo acre delle carbonaie in cottura in occasione della festa e fiera dell'Addolorata, che si svolge il 15 di ottobre.
In questa occasione si crea un vero accampamento tra le carbonaie fumanti, dove la polenta cotta al paiolo appeso alla camastra (è un manufatto di legno) e servita nella tavola comune tra i racconti dei carbonai, rappresenta un rito consolidato in cui il paese ritrova le radici comuni della memoria e dell'appartenenza.

 

EDIZIONI
MENABO'


Coordinamento multimediale
Maria Concetta Nicolai

Webmaster
Giustino Ceccarossi

© 1998, 1999 Edizioni Menabo', Professional Net