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Figli di Iorio alla ribalta
Domenico Turchi

di Francesco Di Vincenzo Foto di Claudio Carella

“Tempo fa torna dalla Svizzera un mio cugino che non vedevo da quand'ero bambino. "Domì", sarei io, Domenico, "ma tu che mestiera fì?" Tu che mestiere fai? "Io? Faccio ridere". E quello, infatti, sbotta a ridere. Faccio ridere, sì, ho sempre fatto ridere, fin da bambino. Appena aprivo bocca, la gente, i miei parenti, i miei compagnucci ridevano. Ma c'è stato un tempo, quando ero piccolo piccolo, che io stavo zitto ed ascoltavo. Ascoltavo mio nonno. Lui raccontava storie, gli altri ridevano, io stavo in silenzio, non mi perdevo una parola. Poi ho cominciato io a dire storie e gli altri ridevano. Mio nonno no, lui stava zitto, mi ascoltava in silenzio, serio, senza ridere mai. Cioè: non lo so mica se mi ascoltava, lui guardava sempre da un'altra parte, non mi guardava mai in faccia mentre raccontavo. Stava sempre zitto, immobile, lo sguardo rivolto altrove. Gli altri si scompisciavano dal ridere, lui zitto. Io cercavo di raccontare le storie come le avevo sentito da lui, per ingraziarmelo, per strappargli una risata, un sorriso, un cenno di approvazione. Niente, stava lì, impassibile gnè 'nu piticone di live. Un giorno io e nonnò stiamo a prendere il fresco davanti casa."A no', ma pecché signirì 'n ridi mai 'nghe me? Tutti ridono, signirì no. Ni 'nti piace come racconto io?". Silenzio. Lui continua a guardare davanti a sé, senza fare una piega, zitto, come se non mi avesse sentito. Poi, lentamente, gira gli occhi verso di me, mi fissa e scoppia a ridere. Ride, ride, ride, senza riuscire a smetterla, come uno che sbotta e si sfoga dopo essersi trattenuto troppo a lungo. Infine, con le lacrime agli occhi per il gran ridere, ridiventa serio serio, quasi 'ncazzato, e mi fa: "Picché, tu ridive 'nghe me?". E subito ricomincia a ridere, ridere, ridere. Mi guarda e ride, ride, ride. Il giorno dopo è morto. Ho sentito molto la mancanza di nonnò. Molte delle storie che racconto sono le sue storie e le storie di altri vecchi. Quando racconto la storia della donna che intrappola un topo nella sua topa, mica me l'invento. E' una storia vera che ho sentito raccontare dai miei vecchi. Io ci sono cresciuto tra i vecchi, lì a contrada Valloni, nella campagna di Gessopalena. Tra i vecchi e gli animali. Mi piacciono gli animali, mi piace la campagna, mi piace la semina, l'aroma secco, leggero della terra appena arata, l'odore intenso del letame caldo, fumante. Invece, appena diplomato, sono entrato a lavorare in un'industria chimica di Pescara. Niente odori, solo puzze, lì. Facevo il ragioniere. Un incubo. La giornata non finiva mai. E così, nell'84 ho mollato l'impiego e me ne sono tornato a contrada Valloni, in campagna, ad allevare conigli. Ma c'ho provato anche con le api, le pecore, le mucche, le lumache. Anche con i lombrichi, il grande affare dei primi anni '80. Solo che quando ho cominciato io, il mercato dei lombrichi è crollato: prima si vendevano a 2 milioni e mezzo al metro quadrato, quando stavo per cominciare io a 100.000 lire. E così ho ripiegato sui conigli. Se rendono? E' una lotta, mi fanno i dispetti. Loro non vogliono vivere in gabbia e così si vendicano con morìe, malattie, crollo del mercato. Però ci parliamo, ci facciamo quattro risate insieme, rifaccio il loro verso e loro ridono, ma alla fine li ammazzo. Li ammazzo e piango. Mica perché mi dispiace, piango perché non rendono, sto sempre in perdita. E così sono costretto a far ridere, a fare spettacoli per pareggiare i conti. Mi è piaciuto debuttare in Rai con uno spettacolo che si chiama come un animale: "Gnu". Sì, lo so che significa anche "new", però a me piace di più pensare all'animale. Chissà se rende molto allevare gnu. Comunque, è una soddisfazione lavorare in Rai. Quando Bruno Voglino, al festival del cabaret di Grottammare due anni fa, mi disse che mi voleva nella sua nuova trasmissione di Rai3, mi sono subito chiesto quanti conigli avrei guadagnato: tanti, per fortuna, così mia moglie sta un po' più tranquilla. E' lei, ultimamente, che fa tutto, io mi occupo solo del letame. E' un'occupazione riposante, mi distende, perché la Rai mi rende nervoso. Sono fissati con i "tempi televisivi", con la brevità, "sennò cambiano canale". Io non sono d'accordo, forse perché non sono un battutista, uno che calcola i tempi dell'applauso, io racconto storie mica barzellette. Le storie della "bassa", cioè dei contadini, degli ultimi, degli umili, di quelli che bastava fossero nati in campagna anziché in paese per essere guardati dall'alto in basso. Tempo fa un critico ha scritto che io...io...forse è meglio che leggo, tanto me lo porto sempre appresso quell'articolo. Ecco qua: "Virtuosismo affabulatorio e un perfetto senso del ritmo sono i punti di forza della recitazione di Turchi, capace anche di una costruzione narrativa sorprendentemente abile e sicura, strutturata in caratteri, tic, situazioni, che per la cura dei particolari e l'uso sapiente di più registri linguistici (l'italiano televisivo, il vernacolo "gessano", l'approssimativo francese degli emigranti) fanno sospettare che il carattere spontaneo che Turchi pretende di attribuire al suo teatro sia solo una civetteria, una finzione". Virtuosismo affabulatorio ...registri linguistici... Uè, qui si vola alto. Comunque i paroloni fanno sempre piacere. Solo che questo qua non ha capito niente. Ma quale civetteria, quale finzione!... Io racconto quello che ho visto, quello che ho sentito, e lo racconto in dialetto proprio per fedeltà e rispetto a quel mondo: il mondo di mio nonno, dei miei vecchi, della gente della mia contrada, di "quelli della bassa". Il dialetto è la loro lingua, la mia lingua, e non intendo cambiare. In teoria non dovrebbero capirmi nemmeno a Lanciano o a Guardiagrele, invece mi capiscono tutti benissimo, anche fuori Abruzzo. E andrebbe ancora meglio se mi lasciassero tutto il tempo necessario. Adesso, vorrei avere un'altra occasione in Rai: uno spettacolo di un'ora tutto per me. Come Marco Paolini per il Vajont. Sempre se la Rai ci sta, naturalmente. Io, comunque, vado per la mia strada. Se i conigli cominciano a fare i bravi, forse potrò anche smettere, ma se loro continuano a farmi piangere con i conti in rosso, io devo continuare a far ridere".

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