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CIME DIPINTE
testo di Anna Angelozzi - Foto di Federico De Nicola

A zonzo con Leonardo Da Vinci tra le "Scalate" di Villa Celiera:
cronaca visionaria di una giornata

“Ecco, Maestro, s’io volessi figurare quelle creste in modo si’ veritiero che paiano Immagine delle "Scalate". La localita' e' facilmente raggiungibile da Penne, prendendo la direzione Vestea-Villa Celiera, e poi la strada per il Voltigno. Si tratta infatti di una zona del Parco Naturale Voltigno-d'Angriuscir dal piano, come fare?”.
Messer Leonardo si volta verso la vallata dove si stiracchiano campi e paesi: “Innanzi, la grossezza dell’aria veduta di sotto in su e’ molto piu’ chiara e splendente di quella vista dall’alto in basso; e questo deriva dalla vicinanza o dalla lontananza dell’aria alla oscurita’ della terra che le sta di sotto e alla penetrazione dei raggi del sole che e’ maggiore verso l’alto. Adunque, il medesimo accade per i monti ed i paesaggi. Eppero’ le cime de’ monti si dimostreranno sempre piu’ oscure che le loro basi”. “Perdonate la mia presunzione, Maestro, ma voi siete in contraddizione...”. Serpeggiano le sopracciglia aggrottate: “La presunzione e’ talora affine alla conoscenza. Orbene, le radici dei monti saranno piu’ chiare che le loro creste perche’ queste penetrano in una regione d’aria piu’ remota dall’acqua e dalla terra; per tali ragioni, dette cime si mostrano ancor piu’ scure della loro naturale oscurita’ di quei rilievi che penetrano nell’aria bassa, la quale e’ piu’ densa e allora tende ad imbiancare quello che circonda”. Lento scorre lo sguardo fra i vapori delle valli. Che stagione e’? In risposta al pensiero, continua: “I paesaggi fatti nella figurazione dell’inverno non debbono mostrare le loro montagne azzurre, come far si vede alle montagne nell’estate, poiche’ le ombre delle piante vestite di foglie son tanto piu’ oscure che le ombre di quelle spoglie. Ora vedi -distende l’indice nodoso verso i picchi- il monte ombrato dalle nuvole partecipa del colore azzurro quando il tempo sara’ chiaro intorno alle nubi stesse: e questo e’ causato dal confronto tra l’aria illuminata dal sole e l’oscurita’ del monte ombrato dal nuvolo; detta oscurita’, passando nell’occhio attraverso la predetta chiarezza dell’aria, viene a farsi di colore azzurro”.
Ma attorno c’e’ solo rosso, molto rosso: sale da dietro le nostre spalle e incendia le "Scalate" di roccia, come qui s’usa chiamare il rincorrersi delle creste. Non sono frequenti albe cosi’. Tante volte ho seguito il Maestro, con gli occhi ancora offuscati di sonno. “Il rossore dell’arco celeste si genera infra l’occhio ed il sole e per la pioggia. Il qual rossore, insieme agli altri colori, sara’ di tanto maggiore eccellenza quanto la pioggia sara’ composta di piu’ grosse gocciole. E quanto tali gocciole sono piu’ minute, tanto i colori sono piu’ morti; e se la pioggia e’ di natura di nebbia, allora l’arco sara’ bianco integralmente scolorito”. Silenzio sospeso. “Ma l’occhio -mormora- vuol essere infra la nebbia e il sole”.
Passo a passo, precetto dopo precetto, i prati di zafferano avvolgono i colli. Per meta’ riempio la bisaccia di crochi e di bacche blu; mi mostra un pugno di terra bruna. “Questo, Maestro, l’ho imparato. Per tutti i colori che s’ hanno da imitare si paragona l’imitante coll’imitato a un medesimo lume. Adunque stendo la mistione di colori su un poco di carta e la porro’ in linea visuale contro l’iAltra immagine delle "Scalate"mitato, in modo che tra il vero e il falso non si porra’ spazio, e cosi’ faro’ vedere ai miei colori gli stessi raggi del sole e aggiungero’ varieta’ di tinte finche’ ottengo simili colori, ombrosi o luminosi all’imitato”.
Si alzano folate improvvise. Portano chissa’ dove il gratti’o della penna sulla carta. E mi viene dispetto: “Messere , voi molto sapete e in svariati campi. Non parvi che pero’ tanta maestria si perda in troppi rami senza maturar giusti frutti ?”. Rapido si volta, arcigno nel tono: “Alcuni si puo’ dire che si ingannano, i quali chiamano buon maestro quel pittore il quale solamente fa bene una testa o una figura. Certo non e’ gran fatto che, studiando una sola cosa tutto il tempo della sua vita, non ne venga a qualche perfezione...”. Sogghigna leggermente: “Pero’ mi pare un tristo maestro quello che solo una figura fa bene”. La nebbia avvinghia i nostri piedi; ancora lo rimbecco: “Con licenza, ma nel sacco voi avete piu’ titoli che denari”. Tuona. “Vi e’ una certa generazione di artisti, i quali per loro poco studio bisogna che vivano sotto la bellezza dell’oro e dell’azzurro. Sicche’ sii vago con pazienza udire l’altrui opinione!”.
Il monte s’e’ ingrigito. Ancora non abbiamo mangiato.

(Libera interpretazione dal Trattato della pittura di Leonardo - I Mammut, ed. Newton, 1996)

 

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