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SOGNI DI SETA
di AnnaMaria Rossini

La via della seta non e’ stata solo quella percorsa da Marco Polo. Un altro grande personaggio, sconosciuto ai piu’, la individuo’ in Italia, e ne fece la sua ragione di vita. Chi era Giuseppe Lisio, abilissimo artigiano, le cui opere hanno oggi un valore inestimabile.

"Tessitore di tutti i colori" lo defini’ Gabriele D’Annunzio. Sono pochissimi gli abruzzesi che conoscono Giuseppe Lisio e l’opera da lui svolta; eppure, dai primi anni del Novecento, gli stupendi negozi Lisio erano a Firenze, Milano, Roma, Venezia e a Parigi nella aristocratica Rue St. Honore’. Oggi il suo ricordo, in Abruzzo, e’ difeso dal nipote Italo Lisio che ha raccolto in un volume la biografia e l’opera del grande artigiano-artista. Nella prossima estate, una grande mostra promossa da Giovanni Legnini, sindaco di Roccamontepiano, paese natale del Maestro, con il patrocinio della Regione Abruzzo e della Provincia di Chieti, verra’ allestita nei locali messi a disposizione dalla Camera di Commercio di Chieti, dove si potranno ammirare i tessuti piu’ belli e prestigiosi della produzione Lisio. Questo immenso patrimonio di studi e di esperienze e’ ordinato e custodito nella Fondazione che porta il suo nome e gestito dalla figlia Fidalma. E’ lei oggi a capo della famosa e prestigiosa Fondazione dell’Arte della Seta situata alle porte di Ponte a Ema, in una collinetta tranquilla e silenziosa, dove, secondo il desiderio paterno, la fabbrica fu trasferita dalla sede milanese. Del padre Fidalma ama ricordare un episodio divertente e significativo: quando ripristino’ la casa di Dante arredandola con i tessuti come all’epoca del Poeta, nel riprendere in seguito tutti gli arredi da lui ideati, il comune di Firenze gli fece causa credendo che fossero gli originali, tanto erano perfetti nella loro collocazione storica. D’Annunzio, che apprezzo’ soprattutto la produzione Lisio ispirata ai tessuti orientali, per il Vittoriale volle il damasco "Bisanzio" per copriletto, un particolare tessuto Vaio che riproduceva il manto d’ermellino dei magistrati fiorentini in epoca comunale e una marea di cuscini "nei quali amava annegare".
Giuseppe Lisio, nato il 26 febbraio 1870, a diciassette anni si trasferi’ a Milano e nel 1906 entro’ come rappresentante presso la ditta Osnago, una delle piu’ quotate industrie seriche del tempo. Dopo un’esperienza di diciotto anni decise di mettersi in proprio e di aprire a Firenze una fabbrica di tessuti in seta, realizzati esclusivamente su telai manuali, che rinnovassero gli splendori dell’antica Arte della Seta fiorentina. Naturalmente un progetto cosi’ "romantico" parve a molti fuori dal tempo e destinato ad un sicuro fallimento commerciale perche’ decisamente controcorrente nell’epoca in cui l’industria tessile tendeva sempre di piu’ verso una produzione massificata e quindi tecnologicamente meno elaborata e costosa.
Una serie di iniziative coincidenti rendeva l’idea di "Mastro Lisio" tutt’altro che folle: alcuni restauri di antichi palazzi signorili ripristinavano arredi in stile rinascimentale, e cio’ faceva di Firenze un fertile terreno per il suo progetto. Occorreva pero’ realizzare dei prodotti di altissima qualita’, degni sia della preziosita’ dei materiali impiegati (seta purissima e filati in oro e argento) che del valore e della fama di quei grandi artisti alle cui opere i disegni si ispiravano. Creo’ in questo modo una produzione "classica" che continuo’ ad essere richiesta con successo negli anni e che ancora oggi viene normalmente lavorata: il broccato chiamato "Ghirlandaio", che riprende lo stesso disegno a melagrane dell’abito di una fanciulla affrescata nella Basilica di Santa Maria Novella; "Pallade", ispirato alla veste della dea nel quadro di Pallade con il Centauro del Botticelli; e, naturalmente, la "Primavera". Anche il Sei ed il Settecento furono per "Mastro Lisio" ricchissimi di suggestioni e di ispirazioni: il tessuto piu’ sontuoso che si richiama a quegli anni e’ un velluto a piu’ corpi, il "serenissima", che richiese circa due mesi di lavoro per la sola programmazione del telaio e la cui tessitura risultava cosi’ complessa da non poterne produrre piu’ di dieci centimetri al giorno. Questo telaio, unico esemplare al mondo ancora funzionante, e’ gia’ di per se’ uno spettacolo affascinante: le sue imponenti strutture in legno, gli ingranaggi ed i complessi congegni meccanici; i licci ed i maglioni che sollevano i 12.384 fili di seta dei diversi orditi, la cantra con le bobine dei fili destinati a formare il pelo del velluto, i 1984 cartoni perforati, antesignani dei moderni programmi per computers, sono oggetto continuo di ammirazione non soltanto per i profani ma anche, e soprattutto, per gli studiosi ed esperti del settore. Ed il prestigioso tessuto che con esso si produce non e’ certamente da meno. Questo tessuto e’ infatti rarissimo anche sotto l’aspetto puramente tecnico in quanto per la formazione del pelo sono impiegati tre "corpi", cioe’ tre serie di orditi (uno bianco, uno verde ed il terzo a colore variante), che consentono una notevole varieta’ cromatica altrimenti irraggiungibile. La possibilita’ di combinare diverse tinte, nel nostro caso sette, solamente per la superficie vellutata, insieme alle combinazioni dei toni lucido e opaco ottenibili dalle differenze tra il velluto tagliato e quello riccio, produce quella suggestiva varieta’ di sfumature che consente di realizzare una vera e propria "pittura in seta". Di questi tessuti se ne riesce a fare al giorno, in otto ore di lavoro, dai 10 cm. al mezzo metro. Il costo oscilla dalle 800.000 al milione di lire, senza contare alcuni che poi non hanno prezzo o quasi. Anche il costo dipende dalla difficolta’ d’esecuzione e dal materiale usato. Alcuni poi sono anche laminati in oro su seta e tutto viene fatto con la spolinatura a mano. In pratica e’ come un ricamo al telaio. Molti di questi tessuti speciali vengono realizzati espressamente per manifestazioni e cortei storici, come il Palio di Siena, e per molte regie, in film che rievocano i fasti dell’epoca rinascimentale.

DUE GRANDI ARTISTI ABRUZZESI
di Italo Lisio

Nelle note biografiche su Giuseppe Lisio, Antonio Bruers, scrittore e segretario di Gabriele D’Annunzio, scrive: "Verso il 1930 il Sovrintendente del Vittoriale, Gian Carlo Maroni, mi presento’ un amico che stava per essere ricevuto da Gabriele D’Annunzio. Era un bell’uomo, in eta’ matura, elegante, serio, riservato. "E’ Mastro Lisio". Il nome mi sonava familiare. Mastro Lisio era l’autore dei fulgidi tessuti che ornavano il Vittoriale". E aggiunge che a Mastro Lisio "nessuno gli fu piu’ caro di Gabriele D’Annunzio, non tanto perche’ fossero entrambi abruzzesi e gli riuscisse grato di concorrere all’ornamento del Vittoriale, quanto per il fatto che Gabriele D’Annunzio era un grande artista che mostrava di comprendere in lui l’artista, e soleva chiamarlo "il grandissimo maestro dei licci" e "il tessitore di ogni colore"". Per avere un’idea piu’ esauriente sui rapporti che unirono il Poeta a Mastro Lisio, e’ bene riferire quanto autorevolmente testimonia lo stesso Antonio Bruers: "A quando a quando, Lisio si recava al Vittoriale con doni di stoffe che suscitavano nel Comandante "un’allegrezza infantile e mistica". Chi non ha partecipato a quelle colazioni che il Poeta offriva agli ospiti, come Lisio, piu’ graditi, non potra’ mai credere che esse fossero tutto fuor che una mensa: spesso gli invitati dimenticavano di mangiare, incantati dalla magia dello straordinario conversatore, il quale aveva la rara capacita’ di portare sempre la parola sull’argomento che interessava il visitatore. Come potrei riprodurre i dialoghi tra D’Annunzio e Lisio sull’antica arte della seta, sui gloriosi mercanti del Medioevo e del Rinascimento, sulle bellezze di quelle arti decorative e sui progetti che il Poeta incuorava nel suo degno amico? Mastro Lisio usciva da quei colloqui con la gioia di un rinnovato fervore".
Giuseppe Lisio, definito dal Bruers "impareggiabile artista", qualche tempo prima di morire scrisse al suo caro amico dott. Andrea Donati che la sua unica e grande aspirazione era stata, per tutta la vita, quella di riportare l’arte della seta agli antichi e insuperabili splendori della sua gloriosa storia. Da raffinato uomo dia affari, poi, pensava che l’Italia, piuttosto che puntare tutto sullo sviluppo della "fabbricazione comune", dove i margini di guadagno vengono ridotti al minimo dalla concorrenza nazionale ed estera, dovesse, invece, incrementare "le industrie di lusso" per mettere a profitto il ricco patrimonio "della abilita’ individuale e l’innato gusto artistico delle proprie maestranze". Egli soleva ripetere che "la seta e’ la piu’ preziosa materia prima"; e’ "l’oro d’Italia", se lavorata ad arte, oro che da’ sicuramente "margini di profitto assai superiori a quelli della lavorazione in serie". Affermava sempre con profonda convinzione: "Il telaio meccanico non potra’ mai pareggiare quello a mano; tra l’uno e l’altro c’e’ l’identica differenza che corre tra la fotografia e il quadro del pittore". Il Bruers, molto opportunamente, ritiene che "questo criterio del Lisio dovrebbe essere considerato come una legge anche in altri settori dell’economia italiana, fondata sul grande principio di innalzare l’industria ad arte". A conclusione di queste mie brevi notizie mi piace ripetere le belle parole con cui il Bruers chiude le note biografiche di "Lisio, il mio Lisio":
"So che tu oggi vedi […] altre invisibili realta’ che tu cominciasti/ a conoscere qui sulla terra,/in quell’ombra del Divino,/ che e’, fra gli uomini, l’Arte,/ alla quale consacrasti la tua nobile vita".

 

 

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