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4 donne
Angela Capobianchi
di Fabrizio Gentile

Quando ero al liceo volevo fare l’attrice, ma la prudenza mi spinse ad iscrivermi all’Università e alla Facoltà di Legge. Divenni avvocato molto presto, e fui una delle prime donne ad entrare nel Consiglio dell’Ordine, dove restai per quattro anni. Sono stata avvocato civilista negli ultimi venti anni". 
"Davanti alla scrivania di un avvocato viene fuori il peggio delle persone. Non c’è nulla di edificante in ciò che uno va a raccontare ad un avvocato, o perché deve difendersi o per accusare. Comunque è una fase pesante della propria vita, e spesso il peggio vien fuori per piccoli interessi più che per grandi cause di principio. Come uno psicanalista che viene a contatto con i problemi delle persone che si rivolgono a lui, così l’avvocato si trova inevitabilmente a contatto con realtà conflittuali, con grandi energie negative".
"Si può effettivamente ricavare molta soddisfazione dal risolvere i problemi della gente, ma si può assimilare l’aggressività altrui per scaricare la propria in altre sedi: la propria aggressività trova sfogo nell’aggressività filtrata che tu devi avere per risolvere il problema di un altro. E’ importante accogliere questa aggressività per scaricarla all’esterno, ma quando questo processo subisce un arresto, uno scompenso, e non riesci più a scaricare ma assimili soltanto, cominci a perdere il tuo equilibrio. E accumuli frustrazione, stress, perché oltretutto non fai più bene il tuo lavoro".
"Credevo di essere una persona aggressiva, ma in realtà non lo sono, e ho fatto la scelta sbagliata. E’ dura ammetterlo, ma ho sbagliato mestiere. Ho lasciato l’avvocatura, all’inizio del ’99. E’ stata una scelta dettata dall’esasperazione: avevo individuato nel mio lavoro la causa principale della mia infelicità". 
"Immaginavo che qui, nella mia città, dove tutti mi conoscono, avrebbe avuto una diffusione discreta, ma non mi aspettavo un tale clamore". 
"Oltre alle recensioni apparse su molti giornali, la Rai ha dedicato a “Le ragioni del lupo” un servizio su Neon libri e sono stata intervistata nel programma “La notte dei misteri” su Raistereouno".
"E’ la storia del Foro di una piccola città marittima di provincia (il riferimento a Pescara è però tanto vago da essere quasi inesistente) sconvolto da una serie di delitti apparentemente commessi senza un filo logico. A trovare la soluzione saranno due investigatori: uno, quello ufficiale, è un commissario di polizia; l’altro è una avvocatessa decisa a scoprire l’enigma per altre vie. Il finale è a sorpresa e ben poco consolatorio"
"Ho sempre considerato i romanzi gialli un tipo di letteratura “minore”. Prima leggevo soprattutto classici: Dostoevskij, Tolstoij, Strindberg... Poi ho scoperto il giallo d’autore e mi sono dedicata quasi completamente a questo tipo di letture, rivalutandole molto. Credo che ci sia un “momento del giallo” anche nella letteratura contemporanea italiana, che nel settore è sempre stata un po’ carente".
"Per scrivere un libro giallo bisogna secondo me avere bene in mente la trama: se non sai dove vuoi arrivare non puoi costruire una trama che regga. Bisogna sapere quali indizi disseminare, in quale misura e in quali punti del libro. E per fare questo si deve avere chiaramente davanti la struttura della storia."
"La letteratura contemporanea un po’ surreale, intimista... credo abbia stufato. Avverto la richiesta di romanzi di trama".
"C’è un po’ di me in tutti i personaggi, anche in quello negativo. Alla fine del libro si scopre qualcosa che, in qualche modo, quasi giustifica le orribili azioni del killer. Secondo me non esiste il cattivo puro, si è sempre spinti da qualcosa di esterno e incontrollabile. Solo i bambini sanno essere davvero cattivi, perché nascono senza freni inibitori."
"Con Dio ho un rapporto che definirei amichevole. Ho avuto un’educazione cattolica, ma non sono praticante. In un paio di occasioni nella mia vita ho avuto modo di definirmi atea, e in altre ho vigliaccamente cercato conforto nella preghiera. Credo comunque molto nella mia spiritualità. E penso che se dovessi ammalarmi ed essere cosciente della morte, in quel momento penserei a Dio".
"Il libro nasce da un grande bisogno di evasione e da una grande passione per la scrittura e per la lettura. Credo che in me ci fosse il desiderio di esprimermi in altri campi. Ho iniziato per scommessa, un po’ per gioco, certa che avrei lasciato al momento dell’impegno serio: come per la chitarra, per la fotografia, il pianoforte, il cavallo, il sassofono... Ho iniziato tante cose senza mai portarle a termine perché le vedevo come momenti di evasione dal lavoro, e non ritenevo quindi di dovermici impegnare più di tanto. Ma evidentemente, oltre alla particolare congenialità del campo, questo rispondeva ad un’esigenza vera."
"Lasciare la strada vecchia per la nuova è stata una scelta meditata, ma non potevo in realtà fare diversamente, perché ero al limite della sopportazione. Avrei dovuto farlo prima, quando la nuova strada mi poteva apparire come un’alternativa vera. Nonostante il successo del libro, oggi sono felice soprattutto perché ho lasciato il mio lavoro. Non so cosa ho davanti, e questo mi spaventa".
"Sono una persona ansiosa, per natura. Il mio lavoro era un generatore d’ansia, lo è obiettivamente. Non credo che averlo lasciato comprometta la mia attitudine alla scrittura, ma è un rischio che va corso. Anche perché l’ansia la trovo dovunque. Il vero ansioso è colui che non si aspetta mai buone notizie. Anche quando guardo la posta ho un momento di ansia, controllato ma intenso. Certo non sono una che vive con le sbarre alle finestre, ma non credo che mi manchi l’ansia. E cerco, paradossalmente, una tranquillità esteriore per poter esorcizzare dei dissidi interni. Non si può lottare sempre su tutti i fronti. Io capisco il discorso dell’ansia creativa, ma rinuncerei volentieri a fare la scrittrice se riuscissi a liberarmi dell’ansia." 
Sono molto legata alla memoria della mia famiglia d’origine: i miei nonni, con i quali sono cresciuta, mio padre, che non c’è più; e poi mia madre e mio fratello... La mia attuale famiglia (Carlo e il piccolo Antonio), la considero una conquista a dispetto di tanti ostacoli incontrati nel corso della vita. Mio marito Carlo è un uomo dolce, buono, ma anche molto determinato. Ultimamente mi sono resa conto che lui è molto più forte di me, a differenza di quello che pensavo all’inizio del nostro rapporto. E’ stata una scoperta piacevole".
"Il mio primo marito è morto in seguito ad una lunga e dolorosa malattia. Io non ho paura della morte, l’ho vista da vicino. Ho paura però della morte lunga e dolorosa, mi spaventa il dolore del trapasso".
"Ho davvero paura della morte perché mi terrorizza l’idea di lasciare mio figlio. Forse per questo mi piace scrivere gialli, è un modo per esorcizzare le mie paure. Si scrive di morte perché si ha paura della morte."
"Una volta, quando il mio primo marito stava morendo, lo guardai negli occhi. Erano di un colore stranissimo, indefinibile. E scrissi un racconto in cui ricordavo quando, una volta, vedemmo insieme un arcobaleno. Lui mi aveva raccontato la leggenda secondo la quale riuscire ad arrivare alla fine dell’arcobaleno significa trovare la felicità. E mi resi conto che i suoi occhi avevano in quel momento il colore di tutti i colori dell’arcobaleno messi insieme, perché forse lui l’aveva trovata, la felicità. Quel pensiero mi diede molta serenità".

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