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4 donne
Maria Rita Piersanti
di Fabrizio Gentile

Partiamo dai piedi: 38 e 1/2. Passiamo ai fianchi: 88. La vita: 62. Il seno: 88. 170 centimetri dagli alluci ai capelli, passando per due laghi ghiacciati i cui riflessi penetrano attraverso le lenti scure. Altri numeri? 51 chili per 33 anni, 17 dei quali passati a lavorare, e 16 passati ad apprendere. Cosa? Tutto. Maria Rita Piersanti è una curiosa naturale, ha l’innocenza di una bambina ed è scaltra come una Bond-girl. Ed ecco un altro numero: 2 diplomi (pianoforte e didattica della musica) al conservatorio di Fermo. Nata a Montorio, vive a Roseto. Insegnante di educazione musicale e direttrice di un coro, concertista, conduttrice televisiva, giornalista, presentatrice di spettacoli, sfilate di moda e animatrice di locali, occasionalmente attrice pubblicitaria e modella. Sogna una classe politica “pensante e costruttiva”, non le piace essere scortese, è golosissima, non fuma e beve pochissimo, parla inglese e -un poquito- español; il suo modello di donna è un incrocio tra Lucrezia Borgia e Caterina di Russia. Una carriera da insegnante di pianoforte (con cattedra a Fermo e a Foggia, senza contare le lezioni private) interrotta per il sopraggiungere della prima esperienza televisiva. 
«Sopraggiungere è il termine esatto: infatti è arrivata per caso». Un amico che curava una trasmissione (Il monte d’oro) su Teleponte le chiese di leggere il notiziario. «Non mi interessava. Poi, dopo un anno di insistenze e in un periodo un po’ difficile per me, accettai. Era un programma che andava solo in provincia di Teramo, e pensai che lo avrebbero visto solo in venti persone. Un giorno, mentre ero a Giulianova in partenza per Fermo, una bambina mi indicò dicendo alla mamma: “Mamma, ma è quella della tivvù?” e mi resi conto che la guardavano». 
Successivamente, grazie alla sua preparazione le venne affidata una rubrica di arte, musica e spettacolo («scoprii lì di saper fare le interviste») e incontrò personaggi come la “sora Lella” Fabrizi («la mia prima intervista in assoluto»), Anna Mazzamauro e altri di questo calibro. «Rimasi stupita della mia tranquillità di fronte a quelle situazioni, io sono molto timida. Non solo non mi agitavo, ma ho scoperto anche la capacità di mettere a mio agio le persone, che a volte con me si aprono più che con intervistatori consumati».
Dici di essere timida, ma ti trovo molto chiacchierona.
«Mi sono resa conto più tardi che ad aiutarmi è stata la pratica del palcoscenico da musicista. Quando ti trovi lì sopra non puoi fingere».
La carriera musicale fin quando è durata?
«Ho fatto concerti fino al 1992/93. Infatti nel campo televisivo, pubblico, ci sono entrata già adulta. Come ho già detto, non mi interessava: odiavo le mie amiche che andavano a concorsi tipo “Miss gambe” o “Miss culetto d’oro”. Anche se poi capisci anche il lato divertente delle cose. Ma se tornassi indietro rifarei lo stesso quel che ho fatto, non mi metterei mai a far la carne in mostra. Tutte le mie conquiste, dalle minigonne agli abiti un po’ provocanti in scena, sono tutte piccole sfide che ho lanciato a me stessa».
E non avevi mai desiderato intraprendere una carriera nel campo dello spettacolo televisivo?
«Mai. Il mio desiderio era di diventare la migliore insegnante, la più preparata, la più richiesta, la più capace di lavorare bene in quell’ambito nella zona dove vivevo. Ed è successo».
Deve essere dura per te non insegnare, adesso che sei in televisione...
«Sì, anche se ho mantenuto qualche corso che mi dà soddisfazione. Inoltre dirigo un piccolo coro polifonico nella zona dove vivevo, per passione e per gioco. Per quanto riguarda il mio lavoro attuale non potrei fare a meno degli spettacoli dal vivo, tipo le sfilate. E’ un po’ come i concerti: non puoi bluffare, se funzioni il pubblico ti rimanda il segnale, il cosiddetto feedback. La televisione è più fasulla, ma anche lì ci sono persone che, per quanto brave possano essere, non hanno la comunicativa necessaria. Questa è una cosa con cui nasci, non te l’insegna nessuno. Comunque quello che faccio ora è un lavoro come un altro, durerà finché avrò voglia, e sono sicura che prima o poi tornerò al pianoforte e alla musica: quella è la fine del mio ciclo».
Sembri soddisfatta di come ti vanno le cose. Non c’è stata mai un’occasione in cui hai dato la risposta sbagliata?
«Una sola: a diciassette anni, ero al mare, una ragazza che lavorava a Milano mi offrì di andare a fare l’indossatrice per Ferré. Non in passerella, chiaramente, ma nell’atelier, per lo showroom. Rifiutai, un po’ per timidezza e un po’ perché il mio ragazzo di allora era lì a storcere il naso. Avevo paura di essere abbandonata. Non da lui, ma da tutti. Mi dispiace non aver accettato perché, poi, ho sentito che quello era un momento particolare, di un colore preciso».
So cosa vuoi dire. Uno di quei momenti in cui capisci che sta accadendo qualcosa, e ti metti in allerta per capire che cosa...
«Più o meno. In realtà per me è qualcosa di più. Sai, io sono sensitiva...»
Sensitiva? In senso paranormale?
«In senso pericoloso. Ho a che fare con un’energia, chiamala veggenza, chiamala come vuoi ma c’è, è reale. E’ una dote ereditaria: mia madre ce l’ha, l’ha sempre negata perché ne ha paura, ma fa sogni premonitori; mia nonna era un’anticonformista: ostetrica, era capace di far passare il dolore alle puerpere, con le mani. Io sono pranoterapista. Ma è un discorso lungo, non so se è il caso di approfondire».
Io direi di sì. Non avevo mai parlato con una strega.
«Una strega buona. Io ho circa milleduecento libri, a cui sono molto affezionata. Di recente ho letto diverse cose sulla stregoneria, e sulla persecuzione della stregoneria. Mi sono sentita perseguitata un po’ anch’io. Nella mitologia nordica la fata e la strega sono la stessa cosa, solo che la persona da giovane è fata e quando, dopo millenni, invecchia, diventa strega. Mi sento più legata comunque agli aspetti druidici della mitologia. Forse in una vita precedente stavo da quelle parti, chi lo sa...».
Sei una persona dalla forte spiritualità. Ti senti superstiziosa o sei religiosa? 
«Sono religiosa. Non sono osservante, ma credente. Però non mi blocca la mia provenienza da un’educazione cattolica: mi trovo a mio agio in una chiesa altrettanto che in un tempio o in una moschea. E no, non sono superstiziosa, nel senso che non mi spaventa il venerdì tredici. Però credo nell’astrologia. Mi ci sono avvicinata a 14 anni per scetticismo e sono divenuta un’esperta. Non in quella spicciola, intendiamoci: parlo della carta del cielo, quella che è divisa dall’ascendente in una parte diurna e una notturna. Io ho studiato la mia parte notturna, perché da quella si può risalire alle esistenze precedenti. Dovevo assolutamente capire da dove arrivavano certe cose che non possono venire dalla mia vita attuale».
Il mondo caotico della tv, la vita frenetica di tutti i giorni… sembri così serena ma ci sarà pure qualcosa che non sopporti. Sei diversa da come ti mostri in video? 
«No, io sono esattamente come appaio. Non c’è dicotomia tra il mio “personaggio” e la mia personalità. Il mio personaggio pubblico è nato per caso, io sono così. Un giornalista mi ha definito “candida”. Quel che non sopporto della televisione è la vanità. In tv è importante il lavoro di squadra. Ma ci sono persone che cercano in tutti i modi di stare davanti, in prima fila, e per questo trascurano altre loro capacità che sono importanti. Molti non capiscono che il lavoro dietro le quinte è importante quanto apparire in video. E della gente al di fuori del lavoro non sopporto la superficialità. In particolare, frequentando Pescara, mi sono resa conto di come i giovani qui non pensino ad altro che alla palestra, la dieta e l’abbronzatura. Mi auguro che la nuova generazione sia un po’ più “spessa”, che presti attenzione a cose vere e non al vestito che costa milioni e non puoi metterlo più di due volte, se no “chissà che penserà la gente”. Un sogno ce l’ho: la tranquillità, e il mio grande desiderio è un legame profondo, che può essere una persona, o un figlio. Ci saranno sicuramente dei figli, in futuro, ma è difficile trovare l’uomo giusto».
Scusa se cambio leggermente argomento, ma ho la sensazione che molti uomini abbiano paura di te...
«Lo so. Bisogna capirli, poveri maschietti. In fondo non è neanche colpa loro se sono così: ce li abbiamo abituati noi ad essere viziati, noi donne: mamme, sorelle, amiche, mogli, amanti, fidanzate... e poi quando si trovano davanti una che non si fa mettere sotto, si comportano da scocciatori. Io amo le minigonne e i tacchi alti, ma non voglio essere costretta a portarli, mentalmente, sempre. Così come mi piacerebbe incontrare un uomo che non si sentisse obbligato a mettere sempre il giubbotto o a toccarsi i genitali con pose da macho. Il mio uomo ideale è Rupert Everett ne Il matrimonio del mio miglior amico, solo eterosessuale. Uno che sia compagno, che ti lascia spazio, che è in grado di organizzare una cena con gli amici, che ti manda a quel paese quando ne hai bisogno, ma che allo stesso tempo è capace di prendere l’aereo per venirti a sostenere in un momento difficile. Voglio un uomo che diventi pazzo per me. Intendiamoci, di uomini che per me fanno gli scemi ce ne sono. Io ne voglio uno che per me faccia vere pazzie».

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