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Marco Minniti
di Elvira Falcucci foto di Claudio Carella

«L’Abruzzo è una regione sorprendente: per la sua modernità che fa da contrappunto alle sue radici tipicamente contadine, per la sua capacità di imporsi economicamente e culturalmente. E’ la regione che negli ultimi anni ha dimostrato di essere un modello di crescita più di altre blasonate regioni del settentrione». Chi parla è Marco Minniti, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. Il suo posto di lavoro è a Palazzo Chigi, in un’ampia stanza che si affaccia direttamente su Piazza Colonna. La luce soffusa illumina le pareti che ospitano grandi specchi e antiche tele; da un lato, il suo ordinato tavolo di lavoro, la scrivania appartenuta nientepopodimeno che a Mussolini, dove c’è un monitor sul quale scorrono le notizie delle varie agenzie di stampa, che Minniti segue costantemente con lo sguardo. 
«Tra l’Abruzzo e la Calabria, la mia regione natìa, ci sono diversi punti in comune. Anzitutto, le caratteristiche fisiche: mare e montagna a pochi chilometri. Poi c’è una sintonia caratteriale molto importante: in particolare la tenacia, una peculiarità della realtà di montagna che ha uno stretto rapporto col mare, unita all’inventiva. E’chiaro che da questo punto di vista l’Abruzzo ha fatto molti più passi in avanti rispetto alla mia regione, ha più capacità di ottenere risultati».
Questa caratteristica la riscontra anche sul piano economico?
«Sicuramente. L’Abruzzo non è più una regione del Sud, e anche se può sembrare banale è un fatto importante. E’ sicuramente una regione in fase di decollo, ma si è già sollevata da terra: il nervo imprenditoriale è abbastanza consolidato, si è creato un sistema di relazioni e di scambi, insomma è cresciuto. Senza contare che, guardando alla strada percorsa, quella dell’Abruzzo è stata sicuramente più lunga e difficile». 
Si riferisce alle tradizioni molto radicate in tutti i campi?
«Certo, sia nel tessuto sociale che nel campo politico: ma proprio le caratteristiche di questa tradizione sono state la molla che l’ha fatta evolvere positivamente sia nel campo della produzione che in quello del commercio. Guardando sempre ad un processo più complessivo di modernizzazione del Paese all’interno dell’Europa, l’Abruzzo è una regione che ha delle chances rilevanti». 
Abruzzo comunque non è solo territorio, ma anche “gli abruzzesi”…
«A ben vedere, tra le varie regioni italiane l’Abruzzo è una delle più rappresentate su tutti i livelli, anche quello istituzionale: cultura, politica, informazione. In percentuale, rispetto alle dimensioni, emergono più personalità che in una regione più vasta. Gli abruzzesi sono persone molto determinate, che non mollano mai. E io ne conosco molti. Tra quelli che conosco per motivi di lavoro ce ne sono alcuni con cui ho una sintonia molto significativa: Franco Marini, Gianni Letta e Bruno Vespa». 
Ma questi sono personaggi di centro, e anche piuttosto storicizzati.
E abruzzesi emergenti a sinistra?
«Ho tanti amici che sono anche compagni di partito, ma gli esponenti abruzzesi della sinistra riformista sono di un’altra generazione, sono arrivati dopo, sono relativamente più giovani. Nonostante tutto hanno dimostrato, chiamati al governo della regione o delle città, di avere le basi politiche per saper leggere ed affrontare i problemi della società abruzzese».
In quella che è stata la terra di Spataro e di Gaspari quali sono le prospettive di questa crescita sociale e politica in atto?
«Non ho conosciuto queste personalità dell’Abruzzo che è stato. Ma è sicuramente difficile un ritorno a quella visione politica univoca, quando il leader di un partito “presente” come la Dc era anche il leader politico di tutta la regione. Ognuno deve saper valutare il percorso delle proprie stagioni: non si deve andare oltre i momenti che le capacità, la natura e la storia ci hanno concesso. Certo, la Dc è sempre stata da queste parti molto forte, e la sua diaspora ha poi portato a diverse collocazioni lasciando comunque intatto quel ceppo di moderatismo cattolico. Ma questo moderatismo “conservatore” è stato capace di misurarsi col processo di modernizzazione della regione e di orientarsi nella giusta direzione. Oggi l’Abruzzo è aperto all’influenza di più culture politiche: c’è un centro sinistra forte e un centro destra molto radicato, e si sta dunque avviando sulla strada del bipolarismo che è segno di modernità, non di arretratezza. In questo quadro, la crescita di una grande forza riformista della sinistra ha potenzialità per potersi consolidare». 
Dunque lei ritiene che l’Abruzzo sia pronto per una scelta di tipo “collegiale” e non “individuale”?
«Sì. Non è importante che ci sia qualcuno, “l’uomo forte”, a rappresentare politicamente una regione; ciò che importa è che si rafforzi, pur nel rispetto delle singole individualità, l’idea di un impegno collegiale per costruire una nuova forte e autorevole classe dirigente dell’Abruzzo. Bisogna costruire, cioè, una coesione del centro sinistra: non una personalità politica forte, ma una forte squadra, unita, che tragga potenza dalle singole personalità alleate fra loro. Oggi che le ideologie sono tramontate parlare di grandi leader non ha senso, parlare di grandi coalizioni sì. Bisogna considerare le personalità politiche all’interno di un grande schieramento: è il gioco di squadra che caratterizza la politica odierna». 
Pensa che le ideologie non abbiano più peso nelle scelte politiche?
«Credo che se intendiamo come ideologia una specie di lente attraverso cui guardare la realtà, quindi distorcendola, allora non c’è più spazio per le ideologie. Ma se l’intendiamo come valori di riferimento è chiaro che sono e resteranno sempre le spine dorsali degli schieramenti politici. Se riduciamo la politica ad una mera pratica la uccidiamo, la svuotiamo di tutti i suoi contenuti. Così la forza di un partito di sinistra è sempre stata, e sempre sarà la somma di quei valori di solidarietà, libertà e uguaglianza che vengono oggi sottoposti più di prima al vaglio dei nuovi passaggi storici che abbiamo di fronte». 
“Di fronte” è proprio il caso di dirlo: siamo a poca distanza da una zona “calda”, quella dei Balcani. 
« E’ proprio questo il punto: parlare di solidarietà oggi significa parlare, ad esempio, del problema dell’immigrazione. Ma non si può parlare di solidarietà senza guardare anche alla sicurezza: solo così ci si rivolge a tutto il Paese. Oltre a seguire i propri ideali, insiti nel dna del proprio schieramento, bisogna confrontarli con la realtà quotidiana. Se la sinistra si limitasse alla solidarietà, non solo parlerebbe ad una metà del paese, ma correrebbe il rischio di spingere l’altra metà verso pulsioni razziste. Dunque il valore “genetico” di un partito va coniugato con la capacità di garantire la sicurezza del popolo. Questa è capacità di governo, ed è una sfida che la sinistra di oggi può vincere».
Lei con le sfide ha un buon rapporto, ne ha vinte molte, da quando militava
nella sinistra giovanile. 
«Sì, il mio è stato un percorso non facile, fatto di scelte libere e personali. Negli anni sessanta, da ragazzo, fresco di laurea in filosofia, avevo due passioni: il volo (volevo fare il pilota militare, adoro gli aerei e ho il brevetto di pilota di primo livello) e il basket. Poi in quegli anni la mia città, Reggio Calabria, viveva momenti di grande crisi. Feci allora la scelta più difficile per un giovane calabrese, quella di andare a sinistra. E iniziò così la passione per la politica. Divenni segretario della Federazione Giovanile Comunista, poi entrai ancora giovanissimo nel Partito, a vent’anni ero già dirigente. Passai poi alla segreteria nazionale, ma se mi avessero detto a luglio del ’94 che in quattro anni saremmo passati dalla scofitta elettorale a vedere per la prima volta il leader dei Ds a Palazzo Chigi mi sarei messo a ridere». 
Quindi il sogno di volare, almeno in senso metaforico si è concretizzato. E il basket?
«E’ proprio grazie al basket che sono tornato in Abruzzo recentemente, accompagnato dal mio amico Marco Verticelli. Siamo andati a vedere la partita del campionato di A2 tra Roseto e Reggio Calabria, squadra della quale sono presidente onorario. E’ stata una bella partita, io tifavo ovviamente per la mia squadra ma il Roseto era superiore, ha meritato la vittoria».
La sua immagine dell’Abruzzo sembra dunque positiva su tutti i fronti, anche quello sportivo.
«Sì, tant’è che quando si è trattato di scegliere un luogo dove trasferire il mio nucleo familiare l’ho consigliato a mia madre e mia sorella. Pescara in particolare è una metropoli a misura d’uomo, molto civile, in veloce transizione positiva, che non ha perso i requisiti di umanità e di coesione sociale». 

Si apre una porta ed entra un funzionario che richiama l’attenzione del sottosegretario alla presidenza del consiglio. L’interesse per gli argomenti trattati ed il tono cordiale della conversazione ci avevano fatto quasi dimenticare questo “particolare”. Ritorniamo bruscamente alla realtà, la sua presenza è richiesta per motivi istituzionali. In quei giorni la crisi dei Balcani era giunta al culmine, per poi sfociare nelle operazioni NATO che per 67 lunghe giornate hanno focalizzato l’attenzione del mondo intero.

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