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La pista secondo De Cecco
di Maurizio Salvi foto di Claudio Carella

"Il mio lavoro è a Fara S.Martino, e io vivo a Pescara. Ma non mi definirei Nino De Cecco un pendolare: per me è un piacere infinito percorrere quella strada tutta curve e tornanti che per molti è terribile. Su quel “circuito” dò dei punti anche a Schumacher”. A trentadue anni, Nino De Cecco non è solo fra i titolari di una delle più importanti industrie abruzzesi ed italiane, ma anche un nome noto nell’ambito sportivo. Dal 1991 ha infatti cominciato a gareggiare sulle piste automobilistiche di tutta Europa, distinguendosi per temperamento e capacità anche di fronte a piloti dall’esperienza consolidata. “Alla mia prima gara in un campionato ufficiale (un campionato Venturi, auto francese con motore Peugeot da 400 cv) mi qualificai alle prove in pole position, sul circuito di Le Mans. Il campionato era diviso in due categorie: principianti e semiprofessionisti. Io ero nella prima, e quando vinsi le due gare successive gli altri piloti della mia categoria andarono su tutte le furie, perché non credevano che fossi un principiante. Ma era vero, non avevo mai corso prima di allora”.
Una passione, quella per i motori, nata in tenera età, instillata da suo padre... 
“Sì. A Fara ero l’unico che a quattro anni aveva un motorino. Me lo regalò lui. Era un motorino per bambini, ma io ci scorrazzavo come un pazzo per le campagne. Mio padre era un cacciatore, e mi portava sempre con sé durante le battute. A sei anni mi mise in mano la macchina, mi faceva guidare sulle strade di montagna, anche di notte. Una volta, ero alla guida, all’uscita dall’autostrada, c’era la polizia. Ci scambiammo di posto all’ultimo momento”. 
E suo padre la spinse a correre?
“Assolutamente no. Mio padre era tanto appassionato, pensi che quando c’era la Fl che so, in Giappone, mi svegliava di notte in orari assurdi per farmi vedere la partenza, e se vinceva la Ferrari c’era sempre la bottiglia di champagne pronta. Ma se avesse saputo della mia attività sportiva mi avrebbe certamente dissuaso, e di fronte alle mie insistenze sono certo che alla fine me l’avrebbe proprio vietato”. 
Ma lei mi sembra avvezzo al rischio.
“Già, almeno nello sport. Ho iniziato con la moto, facevo trial. Poi mi è venuta la fissa dell’arrampicata libera, il free climbing; poi iniziai a volare e presi il brevetto di pilota di 1° livello. Tutta roba tranquilla, insomma. E i miei hanno sempre bocciato queste iniziative. Figuriamoci se avessero saputo delle corse in macchina”.
Dunque si trattava di un’attività segreta?
“Fino a tre anni fa lo era. Tant’è che quella gara a Le Mans in cui mi qualificai primo durante le prove non potei disputarla, perché i miei non sapevano che ero in Francia. La sera telefonai a casa e mi dissero che era morto mio zio Giulio. Dovetti tornare in tutta fretta, e abbandonai la gara”.
Ma com’è cominciata l’attività agonistica vera e propria?
“Per caso. Era forse il 1990 quando riuscii a farmi comprare dai miei un’Audi Quattro Turbo. Ce n’erano poche in Italia, e con un mio amico di Roma avevamo istituito il primo registro Audi nazionale. Dunque organizzavamo raduni, feste, cene e così via. Una volta organizzammo un corso di guida sulla pista di Misano: era una scusa per correre su un vero circuito con le nostre auto. Beh, accadde che un mio amico aveva prestato la sua macchina a Sigfried Sthore, ex di Fl e istruttore di “guida sicura”, che si trovava lì. Mentre correvamo, io gli stavo alle spalle, e dopo un po’ di studio ad un tratto l’ho superato, senza sapere che era lui al volante e non il mio amico. Alla fine della giornata Store venne da me e mi disse che aveva avuto difficoltà a starmi dietro, mi chiese se correvo abitualmente, se avevo già gareggiato... Quella era per me la prima entrata in pista”.
Un esordio folgorante...
“Più o meno. Da quel momento iniziai a muovermi per provare sul serio. Telefonai a Roberto Russo, pilota di fama, dicendogli che volevo provare a gareggiare. Dopo un po’ di tempo mi richiamò per una gara di durata sempre sulla pista di Misano. Affittammo la macchina e mi iscrissi. Feci un’ottima figura alle qualificazioni, ma in gara andai dritto ad una curva e distrussi la macchina. Così, spinto dalla buona prova, cominciai a pensare seriamente ai campionati. Con risultati alterni. La malattia di mio padre mi impedì di partecipare a diverse gare. Dopo la sua morte decisi di tentare il campionato italiano CIVT con una Opel. Poi venne una Ferrari. Nel ‘96 è andata maluccio, ho fatto meglio nel ‘97 lottando fino alla fine per il 1° posto. Poi nel ‘98 sono passato alla Lamborghini da 560cv, vincendo due gare e raggiungendo due secondi posti. Il problema è che bisogna guidare, bisogna allenarsi in pista. E il mio unico terreno è la solita Fara-Pescara. Non ci sono circuiti nei dintorni, il più vicino è Misano, o Vallelunga. L’auto con cui corro pertanto non ce l’ho neanche qui. E comunque mi manca il tempo. Passa un mese tra una gara e l’altra e non riesco mai a provare. Ma quando gareggio, faccio sempre la mia bella figura e spesso porto a casa delle belle coppe.La più importante è quella che ho conquistato nel Campionatro mondiale Ferrari a Pergusa in Sicilia: fra 250 partecipanti provenbienti da tutto il mondo ho condotto la gara fin dall’inizio ma negli ultimi giri mi sono dovuto accontentare del terzo posto perché nell’ultimo giro avevo finito la benzina.In quell’occasione, comunque, stabilii il record della pista”.
E ora che la cosa è allo scoperto quali sono state le reazioni?
“Mio padre non l’ha mai saputo, e mi dispiace perché sono certo che ne sarebbe stato fiero. Si sa, a cose fatte... Mia madre invece si è rassegnata. Non vuole sapere nemmeno quando c’è la gara, ma è contenta quando porto a casa il trofeo. Mi dice sempre “Vai piano e vinci”, nonostante le due cose siano incompatibili”. 
Quello delle corse è, nell’immaginario collettivo, un ambiente piuttosto mondano. In tanti giri attorno al mondo, le è mai capitato di presentarsi come “De Cecco, quello della pasta”? 
“In genere non mi presento mai né come “pastaiolo” né come pilota. Dove c’è agonismo conta quello che fai in pista, non quello che sei al di fuori. Ma mi è spesso capitato che i veri appassionati -gente che legge solo Autosprint o Rombo, le bibbie dell’automobilismo- mi riconoscessero e mi salutassero dicendomi “Tu sei quello che ha vinto lì, mi sei piaciuto là, hai fatto questo e quello...”. E sono soddisfazioni. Ma per tutti sono solo Nino. E poi non sono il solo “pastaiolo” a quattro ruote: mi è capitato anche di gareggiare con Paolo Barilla -sì, proprio il mio diretto concorrente- che è un bravissimo pilota: ha corso in F1 con la Minardi e ha vinto una 24ore di Le Mans”. 
E come è andata a finire?
“E c’è da chiederlo? Quando si tratta di qualità vince sempre De Cecco, dalla pista alla…pasta”.

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